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Ciarlatani pubblicizzati da Mediaset e non spulciati da Striscia: Giovanni Panunzio (Antiplagio) non ha diffamato Antonio Ricci

17 Gen

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Qui in alto Giovanni Panunzio, in basso Antonio Ricci

Venerdì 13 gennaio u.s. il Giudice monocratico del Tribunale di Cagliari, dr. Andrea Deidda, ha assolto – ai sensi dell’articolo 530 del codice di procedura penale – il fondatore di Osservatorio Antiplagio (già Telefono Antiplagio), Giovanni Panunzio, dall’accusa di aver diffamato Antonio Ricci, autore del programma-tv Striscia la notizia, perché il fatto non costituisce reato. Tale piena formula assolutoria rappresenta l’epilogo di un articolato e dibattuto processo penale, conseguente ad alcune presunte frasi diffamatorie, di cui al capo d’imputazione che segue:

<< Del delitto di cui all’articolo 595 – 1°, 2° e 3° comma – c.p. poiché, nella sua qualità di coordinatore del Telefono Antiplagio, redigendo e diffondendo sulla rete internet (mezzo di pubblicità), sito www.antiplagio.org, un comunicato stampa relativo alla trasmissione Striscia la notizia, nel quale si affermava e sosteneva testualmente: “La trasmissione Striscia si dimentica di denunciare i ciarlatani appartenenti alla sua parrocchia, pubblicizzati in ben 200 pagine di teletext di Mediaset. Non è azzardato affermare che parte dei compensi degli autori e conduttori di Striscia la Notizia deriva dai proventi dei sedicenti maghi” (comunicato ripreso e diffuso da altri siti internet), offendeva la reputazione di Antonio Ricci (autore e ideatore della citata trasmissione televisiva), con attribuzione di fatti determinati. In data successiva e prossima al 27 maggio 2010 >>

Il provvedimento di assoluzione fa seguito ad altri pronunciamenti favorevoli a Panunzio, difeso dall’avv. Demetrio Delfino, già intervenuti in procedimenti analoghi con sentenze del 15/6/2012 (Milano, Appello), 5/7/2013 (Roma, Cassazione), 31/10/2014 (Cagliari, Gup) e 23/3/2015 (Cagliari, Gup).
Durante le udienze dibattimentali, protrattesi per oltre un anno, è stata prodotta una mole enorme di documenti che insieme all’audizione di testimoni, tra cui lo stesso Antonio Ricci, assistito dall’avv. Salvatore Pino, hanno ampiamente supportato il verdetto di assoluzione, tecnicamente corretto e conforme alla amplissima attività istruttoria compiuta. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro 90 giorni.
Il comitato di volontariato “Osservatorio Antiplagio” continuerà dunque ad operare nella sua attività di monitoraggio delle pubblicità occulte o ingannevoli e, in particolare, a tutela dei minori contro gli abusi dei “media”.

a.ricci

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Cassazione: Perché Antonio Ricci non è stato diffamato da Giovanni Panunzio

1 Ott

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La Corte di Cassazione ha pubblicato le motivazioni della sentenza (num. 38971/13) che il 5 luglio 2013 ha condannato Antonio Ricci al pagamento delle spese del processo contro Giovanni Panunzio, fondatore di Osservatorio Antiplagio. Quest’ultimo il 15 giugno 2012 era stato assolto dall’accusa di aver diffamato l’autore di Striscia la notizia.

Era il 16 febbraio 2006 quando Panunzio, dopo aver testimoniato al processo Wanna Marchi, contestò pubblicamente a Ricci e Mediaset di usare due pesi e due misure nelle battaglie di Striscia contro i ciarlatani, ovvero di non attaccare i veggenti e sensitivi appartenenti alla “parrocchia” RTI, reclamizzati in 230 pagine del Mediavideo di Canale 5, Italia 1 e Rete 4, aggiungendo che i compensi degli autori e conduttori di Striscia deriva anche da quei proventi pubblicitari. Per tali affermazioni Antonio Ricci e RTI querelarono Giovanni Panunzio, che il 15 giugno 2012 fu assolto dalla Corte d’Appello di Milano. L’autore di Striscia fece ricorso in Cassazione, ma il 5 luglio 2013 la Suprema Corte ha respinto l’istanza.

Nelle motivazioni, rese pubbliche il 20 settembre scorso, si legge tra l’altro: “La libertà di manifestazione del proprio pensiero, garantita dall’art. 21 della Costituzione, così come dall’art. 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, include la libertà di comunicare idee o critiche su temi d’interesse pubblico, soprattutto sui modi d’esercizio del potere, qualunque esso sia. In tema di diffamazione – continua la Corte – i limiti del diritto di critica e di quello di cronaca non sono coincidenti, ma risultano invece differenziati, essendo i primi meno elevati dei secondi; quanto più è eminente la posizione o la figura pubblica del soggetto, tanto più ampia deve essere la latitudine della critica. La conformità al vero degli assunti diffamatori – prosegue la Corte – risulta dimostrata, così come vi è traccia di un’attività dell’imputato diretta a riscontrare la verità dell’affermazione circa la mancata effettuazione da parte della trasmissione “Striscia la notizia” di inchieste sugli inserzionisti di Mediavideo. Il riconoscimento del diritto di critica – specifica la Corte – tollera, in altre parole, giudizi anche aspri sull’operato del destinatario delle espressioni, purchè gli stessi colpiscano quest’ultimo con riguardo a modalità di condotta manifestate nelle circostanze a cui la critica si riferisce. Nella specie, la correlazione tra le inserzioni pubblicitarie e i compensi degli autori della trasmissione – conclude la Corte – non appare attacco ad hominem, bensì espressione di quella critica”. 

Giovanni Panunzio ha così commentato: “Questa sentenza rappresenta un nuovo caposaldo della libertà di espressione, la fine del monopolio della critica mediatica e lo smascheramento di un moralismo televisivo ipocrita e farlocco”.

(nella foto in alto, la fantasia e soprattutto l’ispirazione di Antonio Ricci nella “creazione” del Gabibbo 😉

Pubblicate le motivazioni della Cassazione che ha assolto Giovanni Panunzio dall’accusa di aver diffamato Antonio Ricci e RTI

24 Set

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Conduttori criticabili come i politici

Patrizia Maciocchi, 21 settembre 2013

La critica nei confronti delle trasmissioni televisive e dei conduttori può essere aggressiva al pari di quella riservata ai politici. La Corte di cassazione estende le maglie larghe previste nel caso di “attacchi” verbali contro i politici, anche a quanto viene propinato ai telespettatori, dai talk show ai tg satirici, che legittimamente possono essere presi di mira e bersagliati con giudizi alquanto aspri. La tolleranza nel giudicare le espressioni normalmente considerate ingiuriose ci deve essere, oltre che nei confronti dei politici, anche quando non si è contenti della gestione della giurisdizione, di un’attività scientifica o in occasione di un avvenimento sportivo. Della freccia spezzata dalla Cassazione in nome della libertà di pensiero fa le spese la trasmissione «Striscia la notizia», presa di mira da Giovanni Panunzio, fondatore del telefono antiplagio, il quale aveva affermato che «La trasmissione Striscia si dimentica di denunciare i ciarlatani appartenenti alla sua parrocchia, pubblicizzati in ben 200 pagine di telext di Mediaset». Non contento Panunzio aveva aggiunto che non era azzardato pensare che i compensi degli autori e dei conduttori derivassero dai compensi dei sedicenti maghi. Pronta era scattata la querela per diffamazione: ma le ragioni delle parti lese sono state accolte solo dal tribunale di primo grado.
La Cassazione, con la sentenza 38971 depositata ieri, ricorda che la libertà di esprimere critiche è parte integrante della libertà di pensiero e che gode di margini di tolleranza maggiori di quelli riconosciuti al diritto di cronaca.
I limiti della verità dei fatti, della continenza e del pubblico interesse vanno, nel caso della critica, valutati con maggiore elasticità. Ad esempio la Cassazione dà per scontata l’aggressività nei confronti del destinatario «che può eventualmente dar luogo ad una compressione del diritto alla reputazione della persona e che può articolarsi nell’espressione di valutazioni d’ordine eminentemente soggettivo».
Anche per quanto riguarda la verità delle accuse mosse, al pari del cronista, il critico gode della scriminante anche se il fatto riferito non è obiettivamente vero, purché «abbia assolto l’onere di esaminare, controllare e verificare la notizia, in modo da superare ogni dubbio, non essendo a tal fine sufficiente l’affidamento ritenuto in buona fede sulla fonte».
E sul punto l’accusato ha potuto dimostrare che si era attivato per verificare se c’era stata da parte del Tg satirico qualche inchiesta sugli inserzionisti di Mediavideo o Teletext senza trovarne traccia. Per quanto riguarda il limite della continenza, nella critica si intende superato solo in caso di espressioni gravemente infamanti e inutilmente umilianti, che denigrino la persona in quanto tale. Mentre può essere oggetto di un attacco verbale l’operato del destinatario, purché ci si riferisca alle azioni commesse nelle circostanze a cui la critica si riferisce.
Secondo la Cassazione la correlazione tra le inserzioni pubblicitarie e i compensi degli autori della trasmissione «non appare un attacco ad hominem, bensì espressione di quella critica, legittima anche se espressa in forme alquanto aspre».

Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2013-09-21/conduttori-criticabili-come-politici-084308.shtml?uuid=AbrxaCZI

Antonio Ricci e Striscia perdono la causa contro Giovanni Panunzio, fondatore dell’Osservatorio Antiplagio. Anche i Ricci piangono?

8 Lug

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di Antonio Ricci contro la sentenza d’Appello che aveva assolto il fondatore di Osservatorio Antiplagio, Giovanni Panunzio, dall’accusa di aver diffamato il patron di Striscia la notizia. Il 16 febbraio 2006, dopo aver testimoniato al processo Wanna Marchi, insieme allo stesso Ricci e a Jimmy Ghione, Panunzio aveva contestato a Ricci di usare due pesi e due misure nelle battaglie di Striscia contro i ciarlatani e di non attaccare i veggenti e sensitivi appartenenti alla “parrocchia” RTI pubblicizzati in oltre 200 pagine del teletext di Mediaset, aggiungendo che parte dei compensi degli autori e conduttori di Striscia deriva dai proventi dei sedicenti maghi di Mediavideo. Per tali affermazioni Antonio Ricci e RTI avevano querelato Giovanni Panunzio, che in primo grado era stato condannato a 500 euro di multa: la pena era stata condonata. Ma Panunzio aveva fatto appello e il 15 giugno 2012 era stato assolto perché il fatto non costituisce reato. Venerdì 5 luglio 2013 la Suprema Corte ha confermato l’assoluzione di Giovanni Panunzio, difeso dall’avvocato Stefania Farnetani, condannando al pagamento delle spese Antonio Ricci, assistito dall’avvocato Salvatore Pino.
Sarcastico il commento di Giovanni Panunzio: “Anche i Ricci piangono”.

NELLA FOTO: RICCI NELLA RETE

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Giovanni Panunzio (Antiplagio) non ha diffamato Antonio Ricci (Striscia): l’assoluzione penale è definitiva.

25 Nov

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La sentenza penale della Corte d’Appello di Milano che il 15 giugno scorso aveva assolto il fondatore di Osservatorio Antiplagio, Giovanni Panunzio, dall’accusa di aver diffamato Antonio Ricci, è definitiva. La Procura generale infatti non l’ha impugnata. Il 16 febbraio 2006, dopo aver testimoniato al processo Wanna Marchi, Panunzio aveva contestato a Ricci di usare due pesi e due misure, ovvero di fare battaglie contro i ciarlatani, ma non contro quelli reclamizzati in oltre 200 pagine del teletext di Mediaset. “Non è azzardato affermare – aveva aggiunto Panunzio – che parte dei compensi degli autori e conduttori di “Striscia la notizia” deriva dai proventi dei sedicenti maghi di Mediavideo”. Dopo l’assoluzione di Panunzio, Antonio Ricci specificò in una nota: “E’ falso che Striscia utilizzi due pesi e due misure, avendo trasmesso di fronte a milioni di telespettatori anche accuse contro maghi pubblicizzati nel teletext di Mediaset”. Osservatorio Antiplagio ribadisce invece che queste accuse di “Striscia la notizia” non esistono, e sfida Antonio Ricci a elencarne le date, purché precedenti alle critiche di Panunzio. Nel processo lo stesso Ricci ha detto di non sapere dei maghi reclamizzati su Mediavideo, confermando sostanzialmente che non sono stati oggetto di critiche da parte sua. Malgrado la Corte d’Appello di Milano abbia definito temeraria e contraddittoria la querela di Antonio Ricci, l’autore di “Striscia la notizia” ha chiesto alla Corte di Cassazione che Giovanni Panunzio venga comunque giudicato in sede civile, formalizzando di fatto la dodicesima citazione contro il fondatore di Osservatorio Antiplagio.

(nella foto Antonsilvio Ricconi)

Riportiamo la sentenza integrale della Corte d’Appello di Milano che ha assolto Giovanni Panunzio (antiplagio), difeso dall’avv. Stefania Farnetani, dall’accusa di aver diffamato Antonio Ricci (striscia), assistito dall’avv. Salvatore Pino. La pubblichiamo per dimostrare che non è clamorosa questa (come sostiene Ricci), ma quella di primo grado. E la pubblichiamo anche perché i reati si valutano e si decidono in tribunale, non nelle tribune televisive, oramai diventate cloache.

4 Ago

REPUBBLICA ITALIANA – IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

La Corte d’Appello di Milano Sezione Prima Penale Composto dai Signori:
1. Dott. PIERANGELO GUERRIERO – 2. Dott. MARCELLA ARIENTl – 3. Dott. IVANA CAPUTO

ha pronunciato la seguente SENTENZA nel procedimento penale nei confronti di PANUNZIO GIOVANNI nato a SENIGALLIA (AN) il 21-07-1957 – APPELLANTE – LIBERO residente a QUARTU S. ELENA – VIA TRANSATLANTICO 13, domicilio eletto MILANO – C.SO P.TA VITTORIA, 28 C/O DlF. Difeso da Avv.STEFANIA FARNETANI, Foro di MILANO. PARTE CIVILE: RICCI ANTONIO, NON APPELLANTE, Difensore Avv. SALVATORE PINO, Foro di MILANO

avverso la sentenza del Tribunale Monocratico di MILANO 1249112009 del 24-02-2011 con la quale veniva condannato alla pena di: EURO 500 DI MULTA – GENERICHE – DOPPI BENEFICI – RISARCIMENTO DANNI, PROVVISIONALE E RIFUSIONE SPESE ALLA P.C. PER IL REATO DI DIFFAMAZIONE A MEZZO STAMPA AGGR.

Sentita la relazione del Sig. Consigliere Dott. ARlENTI MARCELLA
Sentito il Pubblico Ministero Dott. GIANNI GRIGUOLO, i Difensori i quali concludono come da verbale d’udienza

La sentenza impugnata
Il Tribunale di Milano in composizione rnonocratica con sentenza del 24.2.2011 dichiarava Panunzio Giovanni responsabile del reato di cui all’art. 595, l° , 2° e 3° comma c.p. perché, avendo redatto e diffuso, a mezzo agenzie di stampa, nella sua qualità di coordinatore del “telefono antiplagio”, un comunicato-stampa relativo alla trasmissione “Striscia la notizia” nel quale, tra le altre affermazioni, si sosteneva testualmente: “La trasmissione Striscia si dimentica di denunciare i ciarlatani appartenenti alla sua parrocchia, pubblicizzati in ben duecento pagine di teletext di Mediaset… Non è azzardato affermare che parte dei compensi degli autori e conduttori di Striscia la notizia deriva dai compensi dei sedicenti maghi”, (comunicato poi ripreso e diffuso da alcune agenzie di stampa), offendeva la reputazione di Ricci Antonio e della società RTI rappresentata da Longhini Stefano. Con l’aggravante dell’aver attribuito agli offesi un fatto determinato, e dell’aver recato l’offesa col mezzo della pubblicità.
In Segrate, luogo di domicilio lavorativo delle persone offese, il 16/02/2006.
Mentre con separata sentenza, ai sensi dell’art. 129 c.p.p., in data 27.5.2010, il Panunzio veniva prosciolto in ordine al reato commesso ai danni della società RTI, per la restante imputazione, avente come p.o. Ricci Antonio, veniva condannato, con le attenuanti generiche prevalenti sull’aggravante di cui all’art. 595 c.2 c.p. ed esclusa l’aggravante di cui all’art. 595 c. 3 c.p., alla pena di € 500,00 di multa, con i doppi benefici, oltre al pagamento delle spese processuali e alle provvidenze nei confronti della costituita parte civile. La responsabilità dell’imputato emergeva, sulla base delle emergenze dell’esperita attività di istruzione dibattimentale, solo per la prima delle due proposizioni riportate nell’imputazione. Venivano ricostruite le circostanze concrete nell’ambito delle quali si inseriva il reato addebitato al prevenuto allorché questi era stato chiamato, il 16.2.2006, a deporre come testimone, unitamente a Ricci Antonio e Ghione Jimmy, nel processo che il Tribunale di Milano stava celebrando a carico di Marchi Vanna + altri. In particolare l’imputato aveva criticato la trasmissione “Striscia la notizia” sia in una pausa di udienza davanti a giornalisti ed altre persone presenti sia il giorno successivo in un comunicato stampa. Ciò posto l’imputazione si riferiva a quanto espresso nel comunicato stampa e il Tribunale riteneva la diffamatorietà solo per una delle due frasi pronunciate dal prevenuto in tale contesto e cioè quella: “La trasmissione Striscia si dimentica di denunciare i ciarlatani appartenenti alla sua parrocchia pubblicizzati in ben duecento pagine di teletext di Mediaset”. Non sussisteva l’invocato diritto di critica, cosi come spiegato dal Panunzio, che, invece, veniva ravvisato nella seconda frase del comunicato e cioè quella: “Non è azzardato affermare che parte dei compensi degli autori e conduttori di Striscia la notizia deriva dai compensi dei sedicenti maghi”. Le dichiarazioni della prima frase erano lesive dell’onore e del decoro professionale della p.o. sia per la critica mendace riguardo alle modalità e i criteri utilizzati da Striscia per la scelta dei suoi servizi ed obbiettivi sia per l’accusa di usare “due pesi e due misure” in quanto vi erano contenute insinuazioni e sospetti infamanti di interessi protezionistici ed economici che sottendevano alle scelte di Striscia la notizia. In ogni caso non corrispondeva a verità quanto affermato dal Panunzio in quanto il Ricci aveva dimostrato di aver effettuato alcuni servizi anche contro dei maghi inserzionisti su teletext di Mediaset. Le frasi pronunciate e ritenute diffamatorie non apparivano finalizzate ad una mera sensibilizzazione o alla critica del programma televisivo ma travalicavano i limiti della continenza espressiva e non corrispondevano a fatti veri poiché dipingevano il Ricci come “venduto e prezzolato” trascendendo, perciò, in un attacco personale ingiustificato. Sussisteva l’aggravante del fatto determinato ex art. 595 c.2 c.p. mentre era insussistente l’altra aggravante contestata di cui al comma 3° dello stesso articolo.

I motivi di appello
Avverso la sentenza ha proposto appello il difensore che ha chiesto in via preliminare la sospensione dell’esecuzione della condanna al pagamento della provvisionale ex art. 600 c.p.p e la rinnovazione parziale del dibattimento mediante acquisizione di copia dell’ordinanza del Gip 4.2.2008 nonché di busta paga del mese di maggio 2011 del Panunzio; nel merito dichiararsi che l’azione penale non poteva essere esercitata per violazione dell’art. 414 c.p.p., assoluzione dell’imputato dal reato ascrittogli perché il fatto non sussiste o non costituisce reato; in subordine escludersi l’aggravante del fatto determinato; respingersi la domanda risarcitoria della parte civile e, in subordine, ridursi la provvisionale e la quantificazione delle spese processuali liquidate in favore della parte civile. La difesa premetteva che il procedimento era sorto a seguito di imputazione coatta di cui all’ordinanza del 4.2.2008 del Gip che aveva accolto solo parzialmente la richiesta di archiviazione del P.M. in data 20.9.2006, acquisita in atti ex art. 234 c.p.p. Ricollegandosi alle argomentazioni tutte svolte dal P.M. nell’indicata richiesta di archiviazione rilevava la difesa che, dopo l’udienza camerale ex art. 410 c.p.p., l’addebito “residuo” nei confronti dell’appellante riguardava solo una parte delle affermazioni riportate nel comunicato stampa del 16.2.2006 e diffuso a mezzo Internet dal Panunzio, fondatore del “Telefono Antiplagio”. Tenuto conto dell’intervenuta parziale archiviazione del Gip che aveva riguardato anche l’espressione “usi due pesi e due misure”, proferita dall’appellante fuori dall’aula dove era stato sentito come teste nel procedimento a carico Marchi Vanna, si riteneva che non si potesse più valutare tale frase neppure laddove era stata riportata nel comunicato in quanto già ritenuta non diffamatoria dal Gip sicchè l’azione penale non poteva essere iniziata per violazione dell’art. 414 c.p.p. Quanto poi alla prima parte dell’imputazione, e cioè la frase “La trasmissione Striscia si dimentica di denunciare i ciarlatani appartenenti alla sua parrocchia pubblicizzati in ben duecento pagine di teletex di Mediaset”, si osservava:
1) la notizia, contrariamente a quanto ritenuto dal Tribunale, era veritiera in quanto la produzione documentale della parte civile, diretta a sostenere trattarsi di critica mendace, non riguardava affatto il problema dei maghi inserzionisti nelle pagine teletext di Mediaset ma altra questione; in ogni caso il servizio di “Striscia la notizia” riferito in sentenza era del 10.11.2006 e perciò successivo temporalmente alla pubblicazione del comunicato del Panunzio (17.2.2006);
2) la notizia era, inoltre, espressa in forma continente in quanto l’espressione era civile cosi come il contesto in cui era inserita né si poteva dedurre, come erroneamente opinato dal Tribunale, che si fosse dato a Ricci del “venduto” e “prezzolato”, Si era trattato, perciò, di una critica del tutto legittima che non aveva in alcun modo trasmodato in un attacco personale volto a colpire la sfera privata dell’offeso. Un conto era criticare ed evidenziare una contraddizione, anche in modo provocatorio, come aveva affermato l’appellante, e un conto era la volontà di ledere il Ricci sul piano personale. In sostanza la lettura complessiva delle affermazioni del prevenuto dava conto preciso di come questi avesse inteso, con espressioni corrette e civili e senza insinuazioni, esprimere ad un uomo pubblico, qual’era il Ricci, il suo giudizio critico rispetto alla contraddizione che si ravvisava nella presenza di circa 200 pagine teletext di Mediaset riguardanti pubblicità di maghi e cartomanti e quanto fatto, meritoriamente, dalla trasmissione “Striscia la notizia” contribuendo a far emergere il caso “Vanna Marchi”. Il fatto, quindi, era scriminato dal corretto esercizio del diritto di critica e/o cronaca ex art. 51 c.p. o ai sensi dell’art. 59 c.p. ovvero con altra formula di giustizia. In ogni caso non sussisteva l’aggravante del “fatto determinato”, così come interpretato dalla dottrina e dalla giurisprudenza, in quanto nessuna azione concreta era stata evocata nei lettori. La liquidazione della provvisionale era, poi, sproporzionata sia per l’entità del fatto che per le condizioni economiche del Panunzio, semplice insegnante di religione in una scuola superiore pubblica, avendo, peraltro, errato il Tribunale nel momento in cui aveva affermato che la notizia era stata diffusa davanti a un numero elevato di giornalisti e curiosi ma sul punto era intervenuta l’archiviazione Richiamata, poi, la più recente giurisprudenza in tema di danno da reato che doveva essere non solo allegato ma provato, la difesa osservava che non era stata fornita alcuna prova della lesione dell’onore sicchè non vi erano i presupposti per una pronuncia risarcitoria in favore della parte civile. In ogni caso si chiedeva la revoca o la sospensione deIl’esecuzione della provvisionale nonché la riforma della sentenza di primo grado anche per la parte relativa alla liquidazione delle spese della parte civile che ben avrebbero potuto essere compensate.

La Corte osserva
l motivi di appello sono fondati e la sentenza impugnata deve essere riformata ravvisandosi nel caso di specie, a tutto concedere, gli estremi della scriminante ex art. 51 c.p. dell’esercizio del diritto, nella specie di diritto di critica. Già assolutamente condivisibili, a giudizio della Corte, risultavano le articolate argomentazioni che, a suo tempo, svolgeva il P.M. nel richiedere, in data 20.9.2006, l’archiviazione del procedimento, con provvedimento, già acquisito in atti, che pare opportuno qui riportare nella sua integralità, e perciò anche nella parte riferibile al fatto poi oggetto di archiviazione parziale da parte del Gip.: “Rilevato che Longhini Stefano e Ricci Antonio proponevano querela nei confronti di Panunzio Giovanni in relazione ad alcune frasi da questo pronunciate in due distinti, ma collegati, contesti; che, in particolare, le frasi oggetto della querela sono: “Bisogna bacchettare anche quelli a Mediaset, di Mediavideo. Bisogna bacchettarli, quelli voi non li bacchettate mai. I maghi di Mediavideo non li toccate mai. Tu sei scorretto. Usi due pesi e due misure” (frase asseritamene pronunciata il 16.2.2006, all’uscita dall’aula del tribunale ove Ricci aveva deposto come teste nel processo contro Vanna Marchi ed altri) e “La trasmissione Striscia si dimentica di denunciare ciarlatani appartenenti alla sua parrocchia. pubblicizzati in ben duecento pagine di teletext di Mediaset. Non è azzardato affermare che parte dei compensi degli autori e conduttori a Striscia la notizia deriva dai proventi dei sedicenti maghi”, quest’ultima contenuta in un comunicato-stampa, diffuso il 16.2.2006, dal “telefono antiplagio”. Considerato che in relazione alla prima frase, la stessa non ha, ad avviso di chi scrive, la minima valenza diffamatoria: trattasi, infatti, di un giudizio, certamente “perentorio”, sulle modalità professionali cui appare informata la nota trasmissione televisiva “Striscia la notizia”, ma sorretto, tale giudizio, da un apprezzamento negativo di tali modalità, sostanziato nella frase, immediatamente successiva a quella “tu sei scorretto”, ove si ‘legge “usi due pesi e due misure”; essa indica come la trasmissione televisiva, oggetto del giudizio del Panunzio, segua un criterio nella scelta dei propri obiettivi non del tutto uniforme, essendo evidente, ed incontestabile, che la medesima aggressività usata da “Striscia” nei confronti di alcuni obiettivi (tra cui, appunto, Vanna Marchi), non è stata usata nei confronti di altre situazioni e/o persone non meno suscettibili del medesimo interesse, e forse non meno meritevoli di campagne altrettanto “moralizzatrici”, ammesso che proprio questo fosse l’interesse della trasmissione; nè il giudizio espresso dal Panunzio, complessivamente considerato, sembra avere il carattere oggettivamente diffamatorio, che non emerge sia che si consideri il tenore letterale delle parole impiegate, sia l’intento che sembra, all’evidenza, sorreggerle; che, con riferimento alla seconda delle frasi “incriminate”, non diverse considerazioni devono essere svolte: il comunicato del “telefono antiplagio”, infatti, segue, logicamente e cronologicamente, le frasi pronunciate in prima persona da Panunzio, e ne riprende l’intento, intenzionalmente critico e polemico, ma fondato sulle medesime argomentazioni svolte nell’intervento “orale”; in relazione a questa seconda frase, poi, la querela sembra compiere un’impropria, quando non scorretta, operazione di “de contestualizzazione” di un’espressione, posto che quella secondo la quale “non è azzardato affermare che parte dei compensi degli autori e conduttori di Striscia la notizia deriva dai proventi dei sedicenti maghi”, è stata scritta a conclusione di un ragionamento, assai più articolato, ove si dà conto dell’immenso ammontare degli introiti dei proventi pubblicitari derivanti dagli annunci di centinaia di soggetti, del medesimo livello e “rango” della Marchi e soci – nell’insieme correttamente definiti ciarlatani, ritualmente impiegandosi una definizione normativa applicabile a tutti i soggetti che svolgono le professioni cui si riferisce il Panunzio proventi che oggettivamente vanno ad integrare i bilanci dell’impresa da cui dipendono gli odierni querelanti, o, comunque, dalla quale questi ricevono i loro compensi: si che l’associazione tra questi compensi e le varie “fonti”, tra cui anche quella rappresentata dalla pubblicità dei “ciarlatani”- che, peraltro, non risulta “Striscia” abbia mai censurato – appare tutt’altro che diffamatoria, ed espressa all’interno di un giudizio critico corretto per continenza e pertinenza, e, dunque, scriminato in relazione ai principi elaborati dalla Giurisprudenza in materia di libertà di espressione; che appare decisamente temeraria la querela proposta, e, sia detto incidentalmente, peraltro singolarmente contraddittoria, nel suo “animus”, rispetto a quell’ “aggressività” nei metodi, ed estrema libertà di opinioni, che l’autore di Striscia la notizia, ed i suoi collaboratori, hanno sempre ritenuto doveroso rivendicare a se stessi, come se, però, metodi analoghi, e contenuti non meno critici, fossero preclusi a soggetti diversi da loro…”. Mette solo conto di rilevare come il Gip (Clementina Forleo – ndr), a fronte di una tale motivata ed esaustiva richiesta dell’organo dell’accusa, si limitava, con ordinanza in data 4.2.2008 – che si ritiene di acquisire ai sensi dell’art. 603 c.p.p. – ad accogliere parzialmente la richiesta di archiviazione imponendo, del tutto immotivatamente, al P.M. di formulare l’imputazione a carico del Panunzio nei termini di cui all’odierna contestazione.
Ciò posto, e per passare al merito della questione, l’attenta lettura del comunicato stampa dà conto dell’espressione di una legittima critica, in toni civili e contenuti, da parte del Panunzio alla trasmissione televisiva “Striscia la notizia”, segnatamente per quanto atteneva alle scelte del Ricci relativamente a servizi sul tema dei “maghi” o sedicenti tali. Rilevato che l’espressione “venduto e prezzolato” riferita al Ricci non era certo dell’appellante ma, semmai, del Giudice (Paola Braggion – ndr) che inopinatamente la riportava alla pagina 6 della sentenza, ritiene la Corte che tutte le osservazioni della difesa, come compiutamente svolte nell’atto di appello, siano condivisibili. Se pure la parte civile abbia potuto ritenersi offesa per la frase incriminata “…si dimentica di denunciare i ciarlatani appartenenti alla sua parrocchia…”, tuttavia risultano rispettati i limiti che la giurisprudenza consolidata richiede per ritenere il corretto esercizio del diritto di critica quale esimente del delitto di diffamazione e cioè l’esistenza di un interesse pubblico a conoscere la vicenda criticata, la verità dei fatti attribuiti ad una persona ed assunti a presupposto delle espressioni critiche e la continenza del linguaggio. In tale prospettiva se l’argomento rispetta il criterio della verità del fatto da cui muove la critica e se sussiste l’interesse sociale a conoscerla, è consentita dall’ordinamento l’esposizione di opinioni personali lesive dell’altrui reputazione una volta che l’agente abbia esposto il suo pensiero con linguaggio misurato. Nel caso di specie il Panunzio si è sicuramente mosso all’interno di tale perimetro. Infatti sussiste l’interesse pubblico attesa la diffusione della trasmissione “Striscia la notizia” nonché l’interesse della collettività al tema dei “maghi” per i labili confini, purtroppo a volte superati, che separano la lecita attività di costoro dal campo dell’illecito, anche penale. Sussiste altresì la verità del fatto riferito in quanto l’appellante ben spiegava in dìbattimento di aver controllato che, sino al momento del fatto, non risultavano effettuati da “Striscia la notizia” analoghi servizi sul tema di interesse mentre, anche alla luce della produzione documentale della parte civile, gli stessi si situavano solo in epoca successiva. Quanto al requisito della continenza non si può non rilevare come i toni usati siano assolutamente civili e corretti e le modalità espressive adeguate, senza trascendere in attacchi personali e gratuiti della p.o., con ciò limitandosi il Panunzio ad esprimere il proprio motivato dissenso sui criteri utilizzati dal Ricci nella scelta dei suoi servizi che, cosi come ben spiegato in dibattimento, riteneva contraddittori. Questa è la soluzione alla quale la Corte ritiene qui di pervenire in ciò anche confortata dallo stesso iter argomentativo del Tribunale che, per arrivare a ritenere la diffamatorietà del fatto, non si peritava vuoi di richiamare un’espressione (“usi due pesi e due misure”) già ritenuta non offensiva dallo stesso Gip in sede di parziale archiviazione vuoi di attribuire al prevenuto delle parole (“venduto e prezzolato”), queste sì gratuitamente offensive della sfera morale della p.o., ma dal Panunzio mai pronunciate.
Alla luce delle osservazioni che precedono, in riforma dell’impugnata sentenza, si impone l’assoluzione dell’appellante dal reato ascrittogli con la formula di rito dalla quale consegue anche la caducazione delle statuizioni civilistiche.

P.Q.M.
Visto l’art. 605 c.p.p. in riforma della sentenza in data 24.2.2011 del Tribunale di Milano

ASSOLVE
l’appellante Panunzio Giovanni dal reato ascrittogli perché il fatto non costituisce reato.

Fissa in giorni 30 il termine per il deposito della sentenza.
Milano 15.6.2012

Giovanni Panunzio, fondatore di Osservatorio Antiplagio, assolto in appello: non ha diffamato Striscia e Ricci

26 Giu

Il 15 giugno 2012 la Corte d’Appello di Milano, ribaltando la sentenza del 24 febbraio 2011, ha assolto il fondatore di Osservatorio Antiplagio, prof. Giovanni Panunzio dall’accusa di aver diffamato Antonio Ricci e Striscia la notizia. Per i giudici di secondo grado il fatto non costituisce reato. Il 16 febbraio 2006, dopo aver testimoniato al processo contro Wanna Marchi, Panunzio aveva contestato a Ricci, a proposito delle battaglie di Striscia contro i sedicenti maghi, di usare due pesi e due misure, ovvero di dimenticarsi di bacchettare i ciarlatani appartenenti alla sua “parrocchia”, pubblicizzati in oltre 200 pagine del teletext di Mediaset. “Non è azzardato affermare – aveva aggiunto Panunzio – che parte dei compensi degli autori e conduttori di Striscia la notizia deriva dai proventi dei sedicenti maghi”. In primo grado il prof. Panunzio era stato condannato al pagamento di 500 euro di multa e ad un risarcimento di 5.000 euro alla parte civile. Dopo la sentenza dell’assoluzione in appello, Antonio Ricci ha detto che ricorrerà in Cassazione. Giovanni Panunzio si è limitato a dire: “Striscia la giustizia”. Striscia la notizia, invece, ha diffuso una nota in cui ha affermato: “E’ falso che Striscia utilizzi due pesi e due misure, avendo trasmesso di fronte a milioni di telespettatori anche accuse contro maghi pubblicizzati nel teletext di Mediaset”. Osservatorio Antiplagio fa notare che queste asserite accuse di Striscia contro i maghi di Mediavideo, che non ci sono mai state, in ogni caso non possono che essere successive alle dichiarazioni di Panunzio del 16 febbraio 2006, per le quali è stato querelato. E’ Striscia quindi che dice il falso. Lo stesso Ricci infatti, nel processo di primo grado, interrogato dal pm, ha affermato di non sapere che ci fossero maghi che facevano pubblicità su Mediavideo, ammettendo di fatto che non erano mai stati oggetto di alcuna critica da parte di Striscia. Si può essere più furbi? Giovanni Panunzio comunque ha già chiesto ad Antonio Ricci – che a suo tempo aveva immediatamente pubblicato la notizia della condanna di primo grado nel sito di Striscia (www.striscialanotizia.mediaset.it/news/2011/02/24/news_6358.shtml) – di usare la stessa tempestività per pubblicare anche la notizia dell’assoluzione. O Ricci vorrà dare ragione ancora una volta a Panunzio a proposito di “due pesi e due misure”?

Il Gabibbo e Antonio Ricci non sono per niente originali

Il Gabibbo e Antonio Ricci non sono per niente originali