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Onu, Chiesa cattolica e abusi sui minori – Osservatorio Antiplagio: “Nessuna prescrizione per la pedofilia”

6 Feb

Comunicato stampa di Osservatorio Antiplagio
Dopo le accuse rivolte alla Chiesa dal Comitato Onu sui Diritti dell’Infanzia, una risposta immediata a tutela dei minori e delle loro famiglie sarebbe l’abolizione nella legislazione vaticana della prescrizione per il reato di pedofilia, attualmente non punibile oltre i 20 anni, partendo dal compimento della maggiore età della vittima. Lo suggerisce il coordinatore nazionale del comitato di volontariato Osservatorio Antiplagio, l’insegnante di religione Giovanni Panunzio, impegnato dal 1994 nella tutela delle vittime di santoni e imbonitori e contro i soprusi a danno di minori e adolescenti. Nell’87% delle segnalazioni pervenute a Osservatorio Antiplagio, l’abusato dal prete racconta la sua dolorosa vicenda quando è già adulto, e molto spesso dopo i 38 anni: tale limite gli impedisce sia di avere giustizia, che di chiederla. A ciò va aggiunto il fatto che un vescovo informato del sopruso di un sacerdote su un minore non è tenuto a comunicarlo alla magistratura. Se invece la pedofilia nella Chiesa potesse essere perseguita per tempo anche dalle autorità civili e la prescrizione divenisse illimitata, non solo avremmo deterrenti più persuasivi, ma altre potenziali vittime di abusi sessuali riceverebbero protezione. In termini diversi si chiama prevenzione. La pedofilia è un delitto grave come l’omicidio, se non peggiore, perché provoca pure la morte interiore: è giusto che venga punita fino a quando il carnefice è in vita e identificabile.
info@antiplagio.org

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Il prof. Giovanni Panunzio, fondatore di Osservatorio Antiplagio (già Telefono Antiplagio)

 

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Osservatorio Antiplagio – Reliquia di Wojtyla trafugata a L’Aquila, dati sul satanismo in Abruzzo e in Italia (nelle foto: la reliquia e Giovanni Panunzio, fondatore Antiplagio)

29 Gen
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Dopo il furto avvenuto a L’Aquila della reliquia del sangue di Papa Wojtyla, Osservatorio Antiplagio ha ventilato a ragion veduta la pista satanica perché ha esaminato la situazione delle sètte abruzzesi segnalategli dal 1994 ad oggi. Non escludendo che eventuali satanisti possano anche provenire da altre regioni, l’Abruzzo conta sparuti gruppi satanici, ma svariate denunce di profanazioni e messe nere.
A Pescara nel 1998 e’ stata individuata una setta femminile devota al demone femmineo Volac, evocato nei giorni precedenti il primo febbraio, data del capodanno satanico.
Dal 2000 al 2006 nell’aquilano sono state rinvenute tracce e disegni di pratiche riconducibili al satanismo millenaristico, tra cui reperti di rituali sacrificali nelle tombe profanate dei cimiteri di Santo Iona e Paterno. Simboli satanici sono stati ritrovati anche nella Valle Roveto.
Nel 2008 a Civitella Messer Raimondo e’ stato devastato il camposanto, dove vengono sepolti i bambini morti prematuramente.
Nel 2009 ad Avezzano ignoti vandali hanno imbrattato i muri della Curia e di una libreria cattolica, con croci rovesciate e scritte inneggianti alla violenza. Nello stesso anno in Cattedrale due ragazzi sono stati sorpresi a scheggiare con un coltello un’immagine del Cristo.
In tutto il circondario, tra il 2008 e il 2010, la Procura della Repubblica di Avezzano ha aperto un fascicolo su diversi episodi, come il furto delle ceneri di fra’ Tommaso da Celano: dopo aver svuotato l’ampolla, i ladri l’hanno rimessa al proprio posto. Gli esperti e le autorita’ avevano detto allora che generalmente le ceneri e le reliquie vengono utilizzate per le messe nere.
Nel 2012 al cimitero di Canistro sono state profanate due tombe. Sempre nel 2012, a Vasto, sono stati scoperti riti satanici all’interno del palazzo Genova-Rulli, con una bambola dagli occhi rovesciati appesa al soffitto ed un pentacolo azzurro sulla fronte, insieme a liquidi organici immolati al demonio.
Nel 2013 a Ripa Teatina e’ stata segnalata una struttura sanitaria abbandonata, utilizzata per rituali satanici e violenze su giovani ragazze.

Nel resto d’Italia i numeri dei gruppi satanici sono i seguenti: Basilicata 4, Calabria 15, Campania 38, Emilia Romagna 38, Friuli Venezia Giulia 5, Lazio 50, Liguria 24, Lombardia 65, Marche 22, Molise 2, Piemonte 54, Puglia 33, Sardegna 13, Sicilia 45, Toscana 37, Trentino Alto Adige 3, Umbria 10, Valle D’Aosta 2, Veneto 35.

Le segnalazioni sul satanismo giunte al comitato Antiplagio dal 1994 sono state circa 2.200. L’eta’ media dei cittadini coinvolti e’ 35 anni: di questi il 53% sono donne, il 47% uomini.
I delitti piu’ comuni associati alle pratiche sataniche sono: offesa alla religione mediante vilipendio di persone o cose, furto, violenza carnale, maltrattamenti, tortura e uccisione di animali, profanazione di chiese, necrofilia, uso di stupefacenti, vilipendio di tombe, induzione al suicidio, omicidio.

Per Osservatorio Antiplagio
Coord. naz. Giovanni Panunzio
info@antiplagio.org
Tel. +39.338.8385999

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Report Antiplagio Magia e Occultismo in Italia 2013/2014

12 Nov

OSSERVATORIO ANTIPLAGIO
Comitato italiano di volontariato in difesa delle vittime di ciarlatani e santoni e contro gli abusi nelle telecomunicazioni e nei confronti di minori

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In occasione della ricorrenza di Halloween, che ogni anno è causa di abusi e violenze da parte di sedicenti operatori dell’occulto e santoni, Osservatorio Antiplagio pubblica il:
RAPPORTO ANNUALE 2013/2014 SULLA MAGIA E L’OCCULTISMO IN ITALIA

Premessa
Nel cosiddetto mondo dell’occulto si stanno verificando cambiamenti di rilievo; uno dei più evidenti è la correlazione tra occultismo e gioco d’azzardo: chi frequenta gli operatori dell’occulto, nel 70% dei casi è appassionato anche di giochi. Le più recenti tecnologie e la mancanza di fiducia nelle istituzioni, comprese quelle religiose, sta dirottando l’interesse e la curiosità, in particolare dei giovani, verso forme comunitarie alternative di spiritualità, alla ricerca di soluzioni facili, reclamizzate dai nuovi canali di comunicazione e nei social network. Tutto ciò, che a prima vista può apparire consolatorio, è in realtà illusorio, e soprattutto mette a rischio la vita privata delle persone, bombardate ogni giorno da promesse irrealizzabili e richieste di denaro e dati sensibili. La conseguenza è che, nella stragrande maggioranza dei casi, chi è in crisi e si rivolge ad un operatore dell’occulto o cade nella rete del gioco compulsivo peggiora la propria condizione; mentre chi pensa di essere uscito dalla crisi grazie al mago, al santone o al “gratta e vinci”, senza valutarne la casualità, rischia di cadere in successive trappole “magiche”. Nonostante questo, negli ultimi tre anni, per via della crisi economica, il volume d’affari di maghi e occultisti è diminuito del 25%, attestandosi su 4,5 miliardi di euro annui. Le singole tariffe, quindi, si sono ridimensionate, ma non i consulti. Tale riduzione è determinata anche dall’aumento della “concorrenza”: sono molti infatti i “senza lavoro” che, soprattutto su internet, si improvvisano cartomanti, sensitivi, guaritori e satanisti d’occasione. In realtà non fanno altro che ingegnarsi per guadagnare, correndo però il rischio di trasformarsi in occasionali truffatori, estorsori, molestatori, violentatori. A tali dati fa da contraltare l’aumento della spesa nel gioco d’azzardo e l’interesse dei cittadini nei confronti dell’occultismo e delle scommesse, che invece è cresciuto. E’ la stessa crisi infatti che spinge a rivolgersi a maghi, santoni, giochi e bingo per acquisire potere e prevalere sugli altri, o comunque trarre un vantaggio, e per la soluzione di problemi di ogni genere.

Problemi più rilevanti di consultanti e giocatori
1) Sentimentali. 2) Psico-fisici. 3) Occupazionali. 4) Familiari. 5) Legali.

Età
11/17 anni: 8%
18/30 anni: 20%
31/55 anni: 39%
56/80 anni: 33%

Sesso
Donne: 51%
Uomini: 49%

Nuovi “media”
Grazie a Facebook, ai cellulari touch e ai tablet, alle scommesse online e in tv pilotate da veggenti estemporanei, alle pubblicità del gioco d’azzardo, ai venditori di numeri del lotto televisivi e ai call center a valore aggiunto (899 ecc.), dove vengono sfruttati giovani disoccupati pagati a provvigione, il cui unico scopo è quello di trattenere al telefono gli utenti che chiamano per un consulto (inconsapevoli del fatto che non parleranno con un esperto), gli italiani che almeno una volta all’anno “investono” nella magia, nell’occultismo, nel gioco d’azzardo e nelle riviste del settore sono circa 12 milioni, il 20% della popolazione, con un incremento del 10% rispetto al 2010. Di questi, un milione è affetto da gioco compulsivo o patologico.
I pagamenti a favore dell’occultista avvengono quasi sempre in contanti o ricaricandogli la carta di debito prepagata, rigorosamente in nero: non solo per eludere le imposte, ma anche per non lasciare tracce. Le stesse vittime infatti, per vergogna, paura e pregiudizi vari, non desiderano far sapere che sono state a consulto da un mago o da un santone.

Tecniche
Tra gli occultisti stanno emergendo nuove figure di operatori:
1) Pseudo-guaritori della psiche, ovviamente senza alcuna competenza, né qualifica, disposti a confortare i consultanti stressati e depressi; ogni incontro costa dai 200 ai 500 euro.
2) Maghi che proteggono da malefici e invidia con amuleti e talismani a prezzi che variano dai 250 ai 1250 euro ciascuno, ricaricabili mensilmente con l’imposizione delle mani, tramite i quali aumentano anche le possibilità di trovare lavoro, riconquistare la persona amata, guarire dalle più svariate malattie e vincere al gioco.
3) Spiritisti che per contattare un defunto chiedono da 1500 euro in sù a seduta, promettendo numeri vincenti per il lotto e il superenalotto.
4) Improvvisati sensitivi che inviano mail-spam a ignari cittadini, invitandoli a chiamare un costoso numero a valore aggiunto per essere informati su un fatto grave, inventato di sana pianta, che sta per capitare ai loro familiari.
5) Satanisti che, in particolare nella notte di Halloween, promettono il “passaggio” dei propri poteri agli adepti e alle vittime, generalmente donne, che prima dovranno sottoporsi più volte al rituale sacrificale collettivo di un animale adagiato sul loro corpo, e poi alla “donazione” di sé stesse ai partecipanti; questi ultimi versano una quota tra i 2000 e i 3500 euro, le donne naturalmente non pagano.
6) Sedicenti indovini che violano gli account di Facebook per appropriarsi di dati personali e successivamente ricontattano gli intestatari, evidenziando capacità divinatorie straordinarie e chiedendo una somma di denaro.
7) Visionari affetti dalla sindrome di Gerusalemme che tornano da un viaggio in un luogo sacro e manifestano rapporti privilegiati e diretti con l’aldilà, creando vere e proprie sètte per organizzare altri viaggi “spirituali” a prezzi esorbitanti.
8) Improbabili maestri della pratica orientale “reiki” che insegnano ai seguaci l’arte della guarigione a distanza, anche per telefono, a patto che frequentino periodicamente corsi a pagamento, da 1500 a 2500 euro, che in futuro permetteranno loro di formare altri taumaturghi.
9) Fantomatici confidenti che, dopo aver creato in una parrocchia una nuova comunità, dove l’adesione è vincolata ad una “offerta” cospicua, occupano subdolamente il posto dei sacerdoti confessori per conoscere la vita privata dei proseliti, e in seguito ricattarli.
10) Chiaroveggenti possessori di immagini sacre semoventi, o che lacrimano, cambiano colore ecc. che organizzano gruppi di preghiera per comunicare i messaggi che provengono dalla Madonna o dai santi raffigurati in quelle immagini, pretendendo un’offerta da chi aderisce.

Dati per regione (classifica prime 5)
1) Lombardia, 2800 operatori dell’occulto, 200mila “clienti”, volume d’affari annuo 80 milioni di euro.
2) Lazio, 2500 operatori, 160mila “clienti”, volume d’affari 75 milioni.
3) Sicilia, 2000 operatori, 150mila “clienti”, volume d’affari 75 milioni.
4) Campania, 2000 operatori, 145mila “clienti”, volume d’affari 70 milioni.
5) Piemonte, 1400 operatori, 90mila clienti, volume d’affari 45 milioni.

Ufficio Stampa Antiplagio
Coord. naz. prof. Giovanni Panunzio
+39.338.8385999 – @antiplagioblog

Cagliari, Roma 30/10/2013

Offerta carburante prepagato: un euro a litro. Attenti alla truffa!

29 Apr

Visto che le agenzie non la pubblicano…

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OSSERVATORIO ANTIPLAGIO – COMUNICATO STAMPA
Al comitato di volontariato Osservatorio Antiplagio è giunta segnalazione che alla posta elettronica di numerosi cittadini stanno arrivando mail che, per conto di Eni & Agip Spa, propongono l’acquisto di carnet di 100 litri di carburante prepagati al costo di un euro a litro, grazie al nuovo Decreto Legge dell’8 aprile 2013 sugli anticipi dello Stato alle Pubbliche Amministrazioni e gli aiuti alle famiglie. L’offerta rimanda ai siti (ancora visibili) http://www.agipshopping.net e http://www.buonocarburante.com dove vengono richiesti i dati personali dell’acquirente, compresi gli estremi di una carta di credito, per ricevere un carnet di 10 buoni-benzina da 10 litri ciascuno al costo di 100 euro. Per allettare ulteriormente i clienti, nei domini indicati è riportata la clausola che “è valida una sola richiesta settimanale per nominativo”. In realtà si tratta di siti-civetta registrati di recente, esattamente il 19 aprile 2013, che acquisiscono i dati delle carte di credito dei malcapitati e le ripuliscono. Osservatorio Antiplagio invita tutti i possessori di carte di credito, anche prepagate, a non compilare i form contraffatti (come travel-eni.com anziché travel.eni.com) e ad avvisare immediatamente la Polizia delle Comunicazioni e il nucleo anti-frode della Guardia di Finanza agli indirizzi poltel.rm@poliziadistato.it e sos@gat.gdf.it .
Ufficio Stampa Antiplagio
Resp. prof. Giovanni Panunzio, coord. naz.
info@antiplagio.org – tel. 3333665000

N.B.
Questo è il testo truffaldino inviato agli utenti:
Con il nuovo DECRETO-LEGGE 8 aprile 2013, n. 35
che lo stato anticipa i pagamenti alle P.A. e aiuti per
le famiglie, Agip gruppo Eni ti consente di acquistare
un carnet di 100 litri di carburante al costo di 1 euro
a litro. Segui le indicazioni su: http://www.buonocarburante.com
Eni & Agip spa

(nella foto-disegno Giovanni Panunzio)

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Giovanni Panunzio (Antiplagio) non ha diffamato Antonio Ricci (Striscia): l’assoluzione penale è definitiva.

25 Nov

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La sentenza penale della Corte d’Appello di Milano che il 15 giugno scorso aveva assolto il fondatore di Osservatorio Antiplagio, Giovanni Panunzio, dall’accusa di aver diffamato Antonio Ricci, è definitiva. La Procura generale infatti non l’ha impugnata. Il 16 febbraio 2006, dopo aver testimoniato al processo Wanna Marchi, Panunzio aveva contestato a Ricci di usare due pesi e due misure, ovvero di fare battaglie contro i ciarlatani, ma non contro quelli reclamizzati in oltre 200 pagine del teletext di Mediaset. “Non è azzardato affermare – aveva aggiunto Panunzio – che parte dei compensi degli autori e conduttori di “Striscia la notizia” deriva dai proventi dei sedicenti maghi di Mediavideo”. Dopo l’assoluzione di Panunzio, Antonio Ricci specificò in una nota: “E’ falso che Striscia utilizzi due pesi e due misure, avendo trasmesso di fronte a milioni di telespettatori anche accuse contro maghi pubblicizzati nel teletext di Mediaset”. Osservatorio Antiplagio ribadisce invece che queste accuse di “Striscia la notizia” non esistono, e sfida Antonio Ricci a elencarne le date, purché precedenti alle critiche di Panunzio. Nel processo lo stesso Ricci ha detto di non sapere dei maghi reclamizzati su Mediavideo, confermando sostanzialmente che non sono stati oggetto di critiche da parte sua. Malgrado la Corte d’Appello di Milano abbia definito temeraria e contraddittoria la querela di Antonio Ricci, l’autore di “Striscia la notizia” ha chiesto alla Corte di Cassazione che Giovanni Panunzio venga comunque giudicato in sede civile, formalizzando di fatto la dodicesima citazione contro il fondatore di Osservatorio Antiplagio.

(nella foto Antonsilvio Ricconi)

Giovanni Panunzio, Osservatorio Antiplagio: nel decreto-salute Balduzzi nessuna tutela per le dipendenze da gioco d’azzardo e alcool

4 Set

OSSERVATORIO ANTIPLAGIO – COMUNICATO STAMPA

pubblicità ingannevole

pubblicità di stato

disperazione da gioco d'azzardo

disperazione da gioco d’azzardo

andrea riccardi in un gioco di prestigio

andrea riccardi in un gioco di prestigio

In attesa dell’esame del decreto salute da parte del Consiglio dei ministri, Osservatorio Antiplagio boccia la proposta del ministro Andrea Riccardi sul divieto della pubblicità televisiva del gioco d’azzardo nella fascia oraria dalle 16 alle 19:30, a tutela dei minori, e disapprova l’impotenza dell’esecutivo di fronte a internet. E’ risaputo infatti che la maggior parte di bambini e adolescenti, circa 3 milioni, guarda la tv dalle 20:30 alle 22:00 e naviga online almeno 3 ore al giorno. A quanto pare, quindi, il Governo vuole continuare a permettere, con pochissime limitazioni, migliaia di spot ingannevoli di “gratta e vinci”, scommesse e newslot, ben sapendo che queste attività tra il lecito e l’illecito provocano comunque dipendenza, disagio, solitudine e disperazione, in particolare nelle nuove generazioni. Il ministero delle Finanze, insieme alle agenzie di scommesse e alle concessionarie, non si limiterebbe così a rimpinguare i propri conti, attingendo da quelli dei contribuenti più deboli, ma continuerebbe a indurre i cittadini a giocare d’azzardo e a rovinarsi. Tale condotta, purtroppo, riguarda anche gli alcolici, i superalcolici e i relativi spot pubblicitari che invitano gli utenti, soprattutto i giovani, meno attrezzati a difendersi dall’illusorietà del successo, a bere per sentirsi importanti. Gli stessi domini internet delle aziende produttrici di liquori si limitano a chiedere la data di nascita dei visitatori, ma ovviamente si può indicare quella che si vuole. In realtà non esiste alcuna differenza tra dipendenze da tabacchi, alcolici e giochi d’azzardo. Ogni anno in Italia 90.000 cittadini muoiono per il fumo e 30.000 per l’alcool; tantissimi altri si ammalano di gioco compulsivo, però nessuno lo dice. Se la pubblicità delle sigarette in Italia è vietata e quella degli alcolici e del gioco d’azzardo no, bisognerebbe subito equiparare tali dipendenze al tabagismo, estendendo il divieto alle loro réclames. In caso contrario la copertura finanziaria per inserire anche le ludopatie nelle cure rimborsate dallo Stato diventerebbe, nel tempo, insostenibile. Sempre a proposito di pubblicità, la Corte di giustizia europea ha sottolineato di recente che, rispetto ai rischi connessi ai giochi d’azzardo, l’obiettivo principale è la tutela degli utenti. Il Governo italiano invece va alla ricerca di provvedimenti tampone, forse perché nei messaggi pubblicitari in questione è obbligatorio, ma altresì ipocrita, aggiungere: gioca responsabilmente, bevi con moderazione, scommetti senza esagerare; non senza aver sentito prima: vinci spesso, vinci adesso, il nostro rum è una lunga storia di gusto e passione, l’anima delle feste ecc.
Ufficio Stampa Antiplagio
Resp. prof. Giovanni Panunzio
Tel. 3333665000
info@antiplagio.org

Riportiamo la sentenza integrale della Corte d’Appello di Milano che ha assolto Giovanni Panunzio (antiplagio), difeso dall’avv. Stefania Farnetani, dall’accusa di aver diffamato Antonio Ricci (striscia), assistito dall’avv. Salvatore Pino. La pubblichiamo per dimostrare che non è clamorosa questa (come sostiene Ricci), ma quella di primo grado. E la pubblichiamo anche perché i reati si valutano e si decidono in tribunale, non nelle tribune televisive, oramai diventate cloache.

4 Ago

REPUBBLICA ITALIANA – IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

La Corte d’Appello di Milano Sezione Prima Penale Composto dai Signori:
1. Dott. PIERANGELO GUERRIERO – 2. Dott. MARCELLA ARIENTl – 3. Dott. IVANA CAPUTO

ha pronunciato la seguente SENTENZA nel procedimento penale nei confronti di PANUNZIO GIOVANNI nato a SENIGALLIA (AN) il 21-07-1957 – APPELLANTE – LIBERO residente a QUARTU S. ELENA – VIA TRANSATLANTICO 13, domicilio eletto MILANO – C.SO P.TA VITTORIA, 28 C/O DlF. Difeso da Avv.STEFANIA FARNETANI, Foro di MILANO. PARTE CIVILE: RICCI ANTONIO, NON APPELLANTE, Difensore Avv. SALVATORE PINO, Foro di MILANO

avverso la sentenza del Tribunale Monocratico di MILANO 1249112009 del 24-02-2011 con la quale veniva condannato alla pena di: EURO 500 DI MULTA – GENERICHE – DOPPI BENEFICI – RISARCIMENTO DANNI, PROVVISIONALE E RIFUSIONE SPESE ALLA P.C. PER IL REATO DI DIFFAMAZIONE A MEZZO STAMPA AGGR.

Sentita la relazione del Sig. Consigliere Dott. ARlENTI MARCELLA
Sentito il Pubblico Ministero Dott. GIANNI GRIGUOLO, i Difensori i quali concludono come da verbale d’udienza

La sentenza impugnata
Il Tribunale di Milano in composizione rnonocratica con sentenza del 24.2.2011 dichiarava Panunzio Giovanni responsabile del reato di cui all’art. 595, l° , 2° e 3° comma c.p. perché, avendo redatto e diffuso, a mezzo agenzie di stampa, nella sua qualità di coordinatore del “telefono antiplagio”, un comunicato-stampa relativo alla trasmissione “Striscia la notizia” nel quale, tra le altre affermazioni, si sosteneva testualmente: “La trasmissione Striscia si dimentica di denunciare i ciarlatani appartenenti alla sua parrocchia, pubblicizzati in ben duecento pagine di teletext di Mediaset… Non è azzardato affermare che parte dei compensi degli autori e conduttori di Striscia la notizia deriva dai compensi dei sedicenti maghi”, (comunicato poi ripreso e diffuso da alcune agenzie di stampa), offendeva la reputazione di Ricci Antonio e della società RTI rappresentata da Longhini Stefano. Con l’aggravante dell’aver attribuito agli offesi un fatto determinato, e dell’aver recato l’offesa col mezzo della pubblicità.
In Segrate, luogo di domicilio lavorativo delle persone offese, il 16/02/2006.
Mentre con separata sentenza, ai sensi dell’art. 129 c.p.p., in data 27.5.2010, il Panunzio veniva prosciolto in ordine al reato commesso ai danni della società RTI, per la restante imputazione, avente come p.o. Ricci Antonio, veniva condannato, con le attenuanti generiche prevalenti sull’aggravante di cui all’art. 595 c.2 c.p. ed esclusa l’aggravante di cui all’art. 595 c. 3 c.p., alla pena di € 500,00 di multa, con i doppi benefici, oltre al pagamento delle spese processuali e alle provvidenze nei confronti della costituita parte civile. La responsabilità dell’imputato emergeva, sulla base delle emergenze dell’esperita attività di istruzione dibattimentale, solo per la prima delle due proposizioni riportate nell’imputazione. Venivano ricostruite le circostanze concrete nell’ambito delle quali si inseriva il reato addebitato al prevenuto allorché questi era stato chiamato, il 16.2.2006, a deporre come testimone, unitamente a Ricci Antonio e Ghione Jimmy, nel processo che il Tribunale di Milano stava celebrando a carico di Marchi Vanna + altri. In particolare l’imputato aveva criticato la trasmissione “Striscia la notizia” sia in una pausa di udienza davanti a giornalisti ed altre persone presenti sia il giorno successivo in un comunicato stampa. Ciò posto l’imputazione si riferiva a quanto espresso nel comunicato stampa e il Tribunale riteneva la diffamatorietà solo per una delle due frasi pronunciate dal prevenuto in tale contesto e cioè quella: “La trasmissione Striscia si dimentica di denunciare i ciarlatani appartenenti alla sua parrocchia pubblicizzati in ben duecento pagine di teletext di Mediaset”. Non sussisteva l’invocato diritto di critica, cosi come spiegato dal Panunzio, che, invece, veniva ravvisato nella seconda frase del comunicato e cioè quella: “Non è azzardato affermare che parte dei compensi degli autori e conduttori di Striscia la notizia deriva dai compensi dei sedicenti maghi”. Le dichiarazioni della prima frase erano lesive dell’onore e del decoro professionale della p.o. sia per la critica mendace riguardo alle modalità e i criteri utilizzati da Striscia per la scelta dei suoi servizi ed obbiettivi sia per l’accusa di usare “due pesi e due misure” in quanto vi erano contenute insinuazioni e sospetti infamanti di interessi protezionistici ed economici che sottendevano alle scelte di Striscia la notizia. In ogni caso non corrispondeva a verità quanto affermato dal Panunzio in quanto il Ricci aveva dimostrato di aver effettuato alcuni servizi anche contro dei maghi inserzionisti su teletext di Mediaset. Le frasi pronunciate e ritenute diffamatorie non apparivano finalizzate ad una mera sensibilizzazione o alla critica del programma televisivo ma travalicavano i limiti della continenza espressiva e non corrispondevano a fatti veri poiché dipingevano il Ricci come “venduto e prezzolato” trascendendo, perciò, in un attacco personale ingiustificato. Sussisteva l’aggravante del fatto determinato ex art. 595 c.2 c.p. mentre era insussistente l’altra aggravante contestata di cui al comma 3° dello stesso articolo.

I motivi di appello
Avverso la sentenza ha proposto appello il difensore che ha chiesto in via preliminare la sospensione dell’esecuzione della condanna al pagamento della provvisionale ex art. 600 c.p.p e la rinnovazione parziale del dibattimento mediante acquisizione di copia dell’ordinanza del Gip 4.2.2008 nonché di busta paga del mese di maggio 2011 del Panunzio; nel merito dichiararsi che l’azione penale non poteva essere esercitata per violazione dell’art. 414 c.p.p., assoluzione dell’imputato dal reato ascrittogli perché il fatto non sussiste o non costituisce reato; in subordine escludersi l’aggravante del fatto determinato; respingersi la domanda risarcitoria della parte civile e, in subordine, ridursi la provvisionale e la quantificazione delle spese processuali liquidate in favore della parte civile. La difesa premetteva che il procedimento era sorto a seguito di imputazione coatta di cui all’ordinanza del 4.2.2008 del Gip che aveva accolto solo parzialmente la richiesta di archiviazione del P.M. in data 20.9.2006, acquisita in atti ex art. 234 c.p.p. Ricollegandosi alle argomentazioni tutte svolte dal P.M. nell’indicata richiesta di archiviazione rilevava la difesa che, dopo l’udienza camerale ex art. 410 c.p.p., l’addebito “residuo” nei confronti dell’appellante riguardava solo una parte delle affermazioni riportate nel comunicato stampa del 16.2.2006 e diffuso a mezzo Internet dal Panunzio, fondatore del “Telefono Antiplagio”. Tenuto conto dell’intervenuta parziale archiviazione del Gip che aveva riguardato anche l’espressione “usi due pesi e due misure”, proferita dall’appellante fuori dall’aula dove era stato sentito come teste nel procedimento a carico Marchi Vanna, si riteneva che non si potesse più valutare tale frase neppure laddove era stata riportata nel comunicato in quanto già ritenuta non diffamatoria dal Gip sicchè l’azione penale non poteva essere iniziata per violazione dell’art. 414 c.p.p. Quanto poi alla prima parte dell’imputazione, e cioè la frase “La trasmissione Striscia si dimentica di denunciare i ciarlatani appartenenti alla sua parrocchia pubblicizzati in ben duecento pagine di teletex di Mediaset”, si osservava:
1) la notizia, contrariamente a quanto ritenuto dal Tribunale, era veritiera in quanto la produzione documentale della parte civile, diretta a sostenere trattarsi di critica mendace, non riguardava affatto il problema dei maghi inserzionisti nelle pagine teletext di Mediaset ma altra questione; in ogni caso il servizio di “Striscia la notizia” riferito in sentenza era del 10.11.2006 e perciò successivo temporalmente alla pubblicazione del comunicato del Panunzio (17.2.2006);
2) la notizia era, inoltre, espressa in forma continente in quanto l’espressione era civile cosi come il contesto in cui era inserita né si poteva dedurre, come erroneamente opinato dal Tribunale, che si fosse dato a Ricci del “venduto” e “prezzolato”, Si era trattato, perciò, di una critica del tutto legittima che non aveva in alcun modo trasmodato in un attacco personale volto a colpire la sfera privata dell’offeso. Un conto era criticare ed evidenziare una contraddizione, anche in modo provocatorio, come aveva affermato l’appellante, e un conto era la volontà di ledere il Ricci sul piano personale. In sostanza la lettura complessiva delle affermazioni del prevenuto dava conto preciso di come questi avesse inteso, con espressioni corrette e civili e senza insinuazioni, esprimere ad un uomo pubblico, qual’era il Ricci, il suo giudizio critico rispetto alla contraddizione che si ravvisava nella presenza di circa 200 pagine teletext di Mediaset riguardanti pubblicità di maghi e cartomanti e quanto fatto, meritoriamente, dalla trasmissione “Striscia la notizia” contribuendo a far emergere il caso “Vanna Marchi”. Il fatto, quindi, era scriminato dal corretto esercizio del diritto di critica e/o cronaca ex art. 51 c.p. o ai sensi dell’art. 59 c.p. ovvero con altra formula di giustizia. In ogni caso non sussisteva l’aggravante del “fatto determinato”, così come interpretato dalla dottrina e dalla giurisprudenza, in quanto nessuna azione concreta era stata evocata nei lettori. La liquidazione della provvisionale era, poi, sproporzionata sia per l’entità del fatto che per le condizioni economiche del Panunzio, semplice insegnante di religione in una scuola superiore pubblica, avendo, peraltro, errato il Tribunale nel momento in cui aveva affermato che la notizia era stata diffusa davanti a un numero elevato di giornalisti e curiosi ma sul punto era intervenuta l’archiviazione Richiamata, poi, la più recente giurisprudenza in tema di danno da reato che doveva essere non solo allegato ma provato, la difesa osservava che non era stata fornita alcuna prova della lesione dell’onore sicchè non vi erano i presupposti per una pronuncia risarcitoria in favore della parte civile. In ogni caso si chiedeva la revoca o la sospensione deIl’esecuzione della provvisionale nonché la riforma della sentenza di primo grado anche per la parte relativa alla liquidazione delle spese della parte civile che ben avrebbero potuto essere compensate.

La Corte osserva
l motivi di appello sono fondati e la sentenza impugnata deve essere riformata ravvisandosi nel caso di specie, a tutto concedere, gli estremi della scriminante ex art. 51 c.p. dell’esercizio del diritto, nella specie di diritto di critica. Già assolutamente condivisibili, a giudizio della Corte, risultavano le articolate argomentazioni che, a suo tempo, svolgeva il P.M. nel richiedere, in data 20.9.2006, l’archiviazione del procedimento, con provvedimento, già acquisito in atti, che pare opportuno qui riportare nella sua integralità, e perciò anche nella parte riferibile al fatto poi oggetto di archiviazione parziale da parte del Gip.: “Rilevato che Longhini Stefano e Ricci Antonio proponevano querela nei confronti di Panunzio Giovanni in relazione ad alcune frasi da questo pronunciate in due distinti, ma collegati, contesti; che, in particolare, le frasi oggetto della querela sono: “Bisogna bacchettare anche quelli a Mediaset, di Mediavideo. Bisogna bacchettarli, quelli voi non li bacchettate mai. I maghi di Mediavideo non li toccate mai. Tu sei scorretto. Usi due pesi e due misure” (frase asseritamene pronunciata il 16.2.2006, all’uscita dall’aula del tribunale ove Ricci aveva deposto come teste nel processo contro Vanna Marchi ed altri) e “La trasmissione Striscia si dimentica di denunciare ciarlatani appartenenti alla sua parrocchia. pubblicizzati in ben duecento pagine di teletext di Mediaset. Non è azzardato affermare che parte dei compensi degli autori e conduttori a Striscia la notizia deriva dai proventi dei sedicenti maghi”, quest’ultima contenuta in un comunicato-stampa, diffuso il 16.2.2006, dal “telefono antiplagio”. Considerato che in relazione alla prima frase, la stessa non ha, ad avviso di chi scrive, la minima valenza diffamatoria: trattasi, infatti, di un giudizio, certamente “perentorio”, sulle modalità professionali cui appare informata la nota trasmissione televisiva “Striscia la notizia”, ma sorretto, tale giudizio, da un apprezzamento negativo di tali modalità, sostanziato nella frase, immediatamente successiva a quella “tu sei scorretto”, ove si ‘legge “usi due pesi e due misure”; essa indica come la trasmissione televisiva, oggetto del giudizio del Panunzio, segua un criterio nella scelta dei propri obiettivi non del tutto uniforme, essendo evidente, ed incontestabile, che la medesima aggressività usata da “Striscia” nei confronti di alcuni obiettivi (tra cui, appunto, Vanna Marchi), non è stata usata nei confronti di altre situazioni e/o persone non meno suscettibili del medesimo interesse, e forse non meno meritevoli di campagne altrettanto “moralizzatrici”, ammesso che proprio questo fosse l’interesse della trasmissione; nè il giudizio espresso dal Panunzio, complessivamente considerato, sembra avere il carattere oggettivamente diffamatorio, che non emerge sia che si consideri il tenore letterale delle parole impiegate, sia l’intento che sembra, all’evidenza, sorreggerle; che, con riferimento alla seconda delle frasi “incriminate”, non diverse considerazioni devono essere svolte: il comunicato del “telefono antiplagio”, infatti, segue, logicamente e cronologicamente, le frasi pronunciate in prima persona da Panunzio, e ne riprende l’intento, intenzionalmente critico e polemico, ma fondato sulle medesime argomentazioni svolte nell’intervento “orale”; in relazione a questa seconda frase, poi, la querela sembra compiere un’impropria, quando non scorretta, operazione di “de contestualizzazione” di un’espressione, posto che quella secondo la quale “non è azzardato affermare che parte dei compensi degli autori e conduttori di Striscia la notizia deriva dai proventi dei sedicenti maghi”, è stata scritta a conclusione di un ragionamento, assai più articolato, ove si dà conto dell’immenso ammontare degli introiti dei proventi pubblicitari derivanti dagli annunci di centinaia di soggetti, del medesimo livello e “rango” della Marchi e soci – nell’insieme correttamente definiti ciarlatani, ritualmente impiegandosi una definizione normativa applicabile a tutti i soggetti che svolgono le professioni cui si riferisce il Panunzio proventi che oggettivamente vanno ad integrare i bilanci dell’impresa da cui dipendono gli odierni querelanti, o, comunque, dalla quale questi ricevono i loro compensi: si che l’associazione tra questi compensi e le varie “fonti”, tra cui anche quella rappresentata dalla pubblicità dei “ciarlatani”- che, peraltro, non risulta “Striscia” abbia mai censurato – appare tutt’altro che diffamatoria, ed espressa all’interno di un giudizio critico corretto per continenza e pertinenza, e, dunque, scriminato in relazione ai principi elaborati dalla Giurisprudenza in materia di libertà di espressione; che appare decisamente temeraria la querela proposta, e, sia detto incidentalmente, peraltro singolarmente contraddittoria, nel suo “animus”, rispetto a quell’ “aggressività” nei metodi, ed estrema libertà di opinioni, che l’autore di Striscia la notizia, ed i suoi collaboratori, hanno sempre ritenuto doveroso rivendicare a se stessi, come se, però, metodi analoghi, e contenuti non meno critici, fossero preclusi a soggetti diversi da loro…”. Mette solo conto di rilevare come il Gip (Clementina Forleo – ndr), a fronte di una tale motivata ed esaustiva richiesta dell’organo dell’accusa, si limitava, con ordinanza in data 4.2.2008 – che si ritiene di acquisire ai sensi dell’art. 603 c.p.p. – ad accogliere parzialmente la richiesta di archiviazione imponendo, del tutto immotivatamente, al P.M. di formulare l’imputazione a carico del Panunzio nei termini di cui all’odierna contestazione.
Ciò posto, e per passare al merito della questione, l’attenta lettura del comunicato stampa dà conto dell’espressione di una legittima critica, in toni civili e contenuti, da parte del Panunzio alla trasmissione televisiva “Striscia la notizia”, segnatamente per quanto atteneva alle scelte del Ricci relativamente a servizi sul tema dei “maghi” o sedicenti tali. Rilevato che l’espressione “venduto e prezzolato” riferita al Ricci non era certo dell’appellante ma, semmai, del Giudice (Paola Braggion – ndr) che inopinatamente la riportava alla pagina 6 della sentenza, ritiene la Corte che tutte le osservazioni della difesa, come compiutamente svolte nell’atto di appello, siano condivisibili. Se pure la parte civile abbia potuto ritenersi offesa per la frase incriminata “…si dimentica di denunciare i ciarlatani appartenenti alla sua parrocchia…”, tuttavia risultano rispettati i limiti che la giurisprudenza consolidata richiede per ritenere il corretto esercizio del diritto di critica quale esimente del delitto di diffamazione e cioè l’esistenza di un interesse pubblico a conoscere la vicenda criticata, la verità dei fatti attribuiti ad una persona ed assunti a presupposto delle espressioni critiche e la continenza del linguaggio. In tale prospettiva se l’argomento rispetta il criterio della verità del fatto da cui muove la critica e se sussiste l’interesse sociale a conoscerla, è consentita dall’ordinamento l’esposizione di opinioni personali lesive dell’altrui reputazione una volta che l’agente abbia esposto il suo pensiero con linguaggio misurato. Nel caso di specie il Panunzio si è sicuramente mosso all’interno di tale perimetro. Infatti sussiste l’interesse pubblico attesa la diffusione della trasmissione “Striscia la notizia” nonché l’interesse della collettività al tema dei “maghi” per i labili confini, purtroppo a volte superati, che separano la lecita attività di costoro dal campo dell’illecito, anche penale. Sussiste altresì la verità del fatto riferito in quanto l’appellante ben spiegava in dìbattimento di aver controllato che, sino al momento del fatto, non risultavano effettuati da “Striscia la notizia” analoghi servizi sul tema di interesse mentre, anche alla luce della produzione documentale della parte civile, gli stessi si situavano solo in epoca successiva. Quanto al requisito della continenza non si può non rilevare come i toni usati siano assolutamente civili e corretti e le modalità espressive adeguate, senza trascendere in attacchi personali e gratuiti della p.o., con ciò limitandosi il Panunzio ad esprimere il proprio motivato dissenso sui criteri utilizzati dal Ricci nella scelta dei suoi servizi che, cosi come ben spiegato in dibattimento, riteneva contraddittori. Questa è la soluzione alla quale la Corte ritiene qui di pervenire in ciò anche confortata dallo stesso iter argomentativo del Tribunale che, per arrivare a ritenere la diffamatorietà del fatto, non si peritava vuoi di richiamare un’espressione (“usi due pesi e due misure”) già ritenuta non offensiva dallo stesso Gip in sede di parziale archiviazione vuoi di attribuire al prevenuto delle parole (“venduto e prezzolato”), queste sì gratuitamente offensive della sfera morale della p.o., ma dal Panunzio mai pronunciate.
Alla luce delle osservazioni che precedono, in riforma dell’impugnata sentenza, si impone l’assoluzione dell’appellante dal reato ascrittogli con la formula di rito dalla quale consegue anche la caducazione delle statuizioni civilistiche.

P.Q.M.
Visto l’art. 605 c.p.p. in riforma della sentenza in data 24.2.2011 del Tribunale di Milano

ASSOLVE
l’appellante Panunzio Giovanni dal reato ascrittogli perché il fatto non costituisce reato.

Fissa in giorni 30 il termine per il deposito della sentenza.
Milano 15.6.2012